Nel 1959 nove escursionisti sovietici morirono misteriosamente sugli Urali. La tenda tagliata, i corpi nella neve e le strane ferite alimentarono decenni di teorie.
Nella notte tra l’1 e il 2 febbraio 1959, nove escursionisti sovietici morirono sul versante orientale del Kholat Syakhl, negli Urali settentrionali. Il gruppo era guidato dal ventitreenne Igor Djatlov. Erano partiti in dieci, ma Jurij Judin aveva abbandonato la spedizione alcuni giorni prima per problemi di salute, diventando l’unico componente del gruppo a tornare vivo.

Il mistero del Passo Djatlov: la tenda tagliata dall’interno
Quando il gruppo non rientrò, le ricerche iniziarono il 20 febbraio. Il 26 febbraio venne trovata la tenda, parzialmente coperta dalla neve. All’interno erano rimasti scarponi, vestiti, cibo, attrezzature e macchine fotografiche. Diversi tagli nella tela risultarono effettuati dall’interno. Impronte di piedi con sole calze, un solo stivale o addirittura scalzi conducevano verso il bosco.
I primi corpi furono trovati vicino a un grande cedro, accanto ai resti di un piccolo fuoco. Altri tre si trovavano lungo il pendio, apparentemente mentre tentavano di tornare verso la tenda. Gli ultimi quattro furono recuperati soltanto a maggio, sotto diversi metri di neve in un canalone.
Le autopsie alimentarono il mistero. L’ipotermia fu indicata come principale causa di morte, ma alcuni escursionisti presentavano gravi fratture al cranio e al torace. Due corpi erano privi degli occhi e quello di Ljudmila Dubinina anche della lingua. Su alcuni indumenti furono inoltre registrati livelli anomali di radioattività.
Nel maggio 1959 l’indagine sovietica venne chiusa affermando che gli escursionisti erano morti a causa di una “forza naturale irresistibile”, senza precisarne la natura. Da qui nacquero decine di teorie: esperimenti militari segreti, missili, agenti sovietici, infrasuoni, attacchi esterni e perfino UFO. Nessuna di queste ipotesi ha prodotto prove definitive.
La valanga può spiegare il mistero?
Nel 2020, una nuova indagine della procura russa concluse che il gruppo era probabilmente fuggito dalla tenda per il pericolo di una valanga o lastra di neve, perdendo poi l’orientamento durante una violenta bufera e morendo per freddo e traumi.
Nel 2021 gli studiosi Johan Gaume e Alexander Puzrin pubblicarono un modello scientifico secondo cui il taglio effettuato dagli escursionisti nel pendio per montare la tenda, combinato con l’accumulo di neve trasportata dal vento, avrebbe potuto provocare ore dopo il distacco di una piccola ma pesante lastra di neve. Il modello mostra inoltre che un simile impatto poteva produrre gravi lesioni toraciche e craniche.
Successive spedizioni scientifiche hanno confermato che l’area è realmente soggetta a valanghe e che il pendio può raggiungere inclinazioni sufficienti al distacco della neve. Questo rende oggi la teoria naturale una delle spiegazioni meglio supportate, ma non permette di ricostruire con certezza ogni minuto di quella notte. Il caso Djatlov conserva quindi alcuni interrogativi.